Milano #5 – i 100 mila passi, la zuppa del rifugiato e gli amori di sticazzi

by seppafrattini

Sì, lo sciopero dei mezzi di trasporto è un maledetto problema. Vuoi andartene in centro con la metro? No, non esiste; vuoi essere rilassato? No, non esiste. Io sono però una persona che ben o male si diletta nel cercare di fare quello che vuole, partendo ovviamente dalle cose semplici; ho deciso quindi di andare in centro. A piedi. Via buschi, viale pacini, viale gran sasso, viale buenos aires, viale venezia, piazza san babila, piazza duomo, itinerario fatto. In 5 giorni ancora non avevo visto nulla di Milano, me la sono girata un po’cercando tra l’altro le vetrine con l’insegna “cercasi personale”. Manco una. Vabè, dicono non ci sia lavoro. Fatte un paio di foto, manco da conservare, più che altro da condividere su twitter o facebook lì per lì… perchè io non rientro nella categoria hipster ma alla fine questi atteggiamenti lo sono eccome!
Decido di rientrare e sulla via del ritorno mi guardo attorno e vedo l’abisso che intercorre tra la ricchezza dei milanesi snob e dei poveretti che se ne stanno in ginocchio a chiedere la carità e mi metto a fare mille congetture (tralasciando le vetrine…) su quanto noi ci riteniamo poveri con 1500 euro in banca e non siamo in grado di dare un euro in più a coloro che ne hanno 2 nel cappello. E’ un disagio, penso sempre che ci potrei finire io in quelle condizioni. Che poi a mangiare la zuppa del rifugiato, ricetta dei ragazzi, qui, ti ci senti un po’ “tizio col cappello”, ma tizio col cappello fortunato che qui potresti davvero trovare una famiglia.
Gli amori di sticazzi paiono amori di sticazzi. E invece sono davvero amori di sticazzi, quelli che ti capitano all’improvviso e che senti macinarti dentro e non vedi manco un barlume lontano di concretezza (che poi magari ance sì, non si sa mai nella vita…). Tutto starebbe a non pensarci ma non ce la si fa, tocca vivere e vivere comporta anche questo, l’impossibilità di sconnettere il cervello a zone e nonostante tutta la tua razionalità, l’impossibilità di vivere a compartimenti stagni. Sono problemi grossi.
Mai come quelli del tizio col cappello.